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Un futuro precario per tutti?

 E' un’emergenza sociale oramai quella del precariato. un futuro di lavoro precarioUna situazione drammatica  che riguarda tutti, come un’epidemia si espande, si contagia ed è realtà, triste, senza soluzione. Una faccenda alquanto seria che investe il mondo del lavoro su tutti i fronti, in tutti i campi. I precari sono ovunque, nelle cooperative, nei sindacati, nei call center, nelle agenzie interinali, tra i ricercatori, nelle Università, nei supermercati, nel Pubblico Impiego (Comune, Ospedali, Scuole…), figli dell’abuso, con in mano contratti a termine, a progetto come li chiamano ora, come dei lavoratori ad intermittenza, pagati a scatto. Qualcuno li chiama, gli esternalizzati che è un altro di quei termini parecchio in voga e che sembra proprio una malattia. E malati lo siamo, perché senza certezze, senza possibilità di progettare nulla del nostro futuro, senza aspettative, senza speranza. Ci hanno cucito - apposta per noi giovani - una molteplicità di contratti di lavoro insieme ad una moltitudine di termini, ma rimaniamo sempre precari, come se fossimo non lavoratori. Quando ci va bene (una parentesi doverosa per chi cade nel tranello dello stage pensando ad un raggiante futuro e ritrovandosi invece a sgobbare gratis per il datore di lavoro di turno che non ha mai pensato di assumerti. Lo stage termina…l’Azienda cambia stagista), dicevamo quando ci va bene e l’ Azienda per cui lavoriamo ci assume con un contratto, molto spesso questo non attende nemmeno ai diritti minimi, alla minima retribuzione, alle regole dell’inquadramento professionale. Il precariato ha eroso i principi della Costituzione, il diritto ad una parità di retribuzione a parità di lavoro. Sono anni che ci dicono che per lavorare dobbiamo sviluppare la flessibilità, la capacità di adattarci alle varie situazioni lavorative, di saper gestire i cambiamenti, di passare a svolgere varie mansioni in poco tempo, era solo una scusa preparatoria per dirci: scordatevi il posto di lavoro a tempo indeterminato. Lavoratori atipici dobbiamo prendere atto che nella società in cui viviamo le nuove generazioni sono svantaggiate, si trovano di fronte a prospettive di lavoro deboli. Chi investe nello studio ha grosse probabilità di sentirsi rifiutato da qualunque datore di lavoro a causa della mancanza di esperienza. Allora ci si deve accontentare, cercando lavori, in assoluto contrasto con la nostra formazione scolastica. Ma non è più neanche questo, siamo in una fase peggiore, non più quella di doverci adattare ad un lavoro che non ci appartiene, come succedeva nel passato, perché bastava trovarlo il lavoro e se c’era, dava totali garanzie. Oggi si sta peggio e si sta male. E poi rompiamo anche il comodo clichè che certi lavori non li vogliamo fare (spesso sono le stesse Aziende che temono che una persona iperqualificata assunta per mansioni di basso profilo, qualora riceva successivamente un’offerta migliore, possa abbandonare il lavoro poco confacente alle sue qualità) e che se siamo precari o senza lavoro è perchè non abbiamo fatto nulla per sovvertire la situazione. Moltissimi di noi precari non sono mantenuti, non sono viziati e sanno sporcarsi le mani. Siamo preparati, disposti a fare di tutto per vivere, in molti ci manteniamo da soli, alla meno peggio. Si parla tra le fila dei politici di un maxiemendamento sulla stabilizzazione dei precari, ma ovviamente non ci si capisce granché, anzi l’idea di un precariato stabile mi sembra un ossimoro terribile e come sempre, paradossalmente, stanno lì a decidere delle nostre vite coloro che garanzie e tutele ne hanno fin troppe…Questo è un mondo in cui le nuove generazioni sono solo un peso sociale per le leggi economiche e così a molti fa comodo generalizzare e considerarci un fracco di anonimi, molto gigioni, annullati e appiattiti, che poi sono gli stessi che ci hanno rubato il diritto di pensare al nostro futuro.

La precarietà, da malattia circoscritta a pochi giovani si diffonde su tutti. Pensiamo a chi ha figli, mogli a carico, a chi non ha più l’età per essere inserito in un’Azienda che possa investire su di lui. Ecco una storia, una delle tante: “Mi chiamo Canneto Roberto, nato a Senigallia il 30 settembre 1948, risiedo a Pesaro;sono attualmente disoccupato e sfortunatamente con non ancora né l'età anagrafica che quella contributiva per la Pensione! Ho inviato il mio curriculum vitae a ca.1200 Aziende,compreso l’estero:Francia, Inghilterra, anche perché ho una buona conoscenza delle Lingue. Nessuno mi ha accettato, senza dubbio per la mia “veneranda” età, ormai da “rottamare” e senza alcuno scopo di investimento, ma, secondo il “mercato” italiano, oramai “inutile”, se non dannoso!La mia cultura, sia didattica che di lavoro ed esperienza, potrebbe essere anzi un utile aiuto per quelle aziende che investono, proprio per la cosiddetta “Legge Biagi” in singolarità, spesso, minime se non prive di qualsiasi cultura sia a livello didattico che di semplice applicazione mnemonica. Oggi si investe, se così possiam dire, solo se si paga poco, se e per quello che le persone, spesso e volentieri prive di ogni volontarietà, possono dare, senza vedere futuro e/o investimento personale che darà comunque in medio periodo, utili. E’ vero che “largo ai giovani”, ma pur vero è che loro, forse, anche se da biasimare a livello sociale e politico, possono contare, come spesso accade, e forse anche volontariamente, sulle loro famiglie; ma noi “vecchi?”, a chi ci rivolgiamo se rimaniamo a questa età privi di lavoro, per ogni e qualsivoglia causa? La verità è che oggi il “Sistema” vuole e diffonde con estrema facilità la “cultura della non cultura”,cioè a dire che, più ignoranti si resta, e guarda che molti giovani d’oggi, ignorano le più essenziali e vitali norme di ogni vivere quotidiano e di tutto ciò che comporta sacrificio, anche nel “leggere” ed aggiornarsi su quello che succede intorno a Loro. Non parliamo però di Calcio,etc. perchè lì allora sono fantasticamente aggiornati e qualificati. La Francia ha totalmente estinto quella che era la sua  legge Biagi speculare, con ragazzi ed adulti scesi nelle piazze; da noi mai sarà così!”

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